Dal Web

LE PAROLE DELL'INNOVAZIONE

Per capire quali sono i temi più discussi in Italia in merito al macro-tema innovazione Talent Garden ha realizzato una ricerca dal titolo “L’Italia dell’Innovazione” basata fondamentalmente sui tweet inviati nel 2017 dai soggetti più influenti sul tema.

Analizzando i cinguettii di e-magazine di riferimento, conversazioni da essi scaturite e hashtag e trend topic dei principali innovatori del nostro Paese sono emersi oltre un milione e mezzo di tweet, prodotti lo scorso anno da 300 mila utenti unici.

Tra i soggetti più attivi sul tema: i magazine Sole24Ore e Startupitalia, ma anche IBM Italia e il Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda.

Al vertice della classifica dei “topic” c’è l’intelligenza artificiale, sicuramente uno dei filoni più discussi del 2017, seguito dai dati, l’IoT, la blockchain e i bitcoin.

Non sorprende la preponderanza dell’intelligenza artificiale, visti i vantaggi reali che inizia ad offrire alle imprese, soprattutto sotto forma di aiuti nei processi gestionali e produttivi e del customer care. Se i vantaggi sono evidenti e noti a tutti, non si può dire altrettanto della formazione e delle risorse a disposizione delle aziende italiane, mancano ancora molte competenze e le nostre aziende dovranno probabilmente investire di più per formare o reperire sul mercato le skill necessarie.

La blockchain, poi, sta diventando la tecnologia abilitante per tutti quegli ambiti che necessitano di sistemi di sicurezza, tracciabilità e certificazione. C’è molto interesse per le applicazioni in ambito finanziario, formativo, legale, energy management, controllo della supply chain e della filiera produttiva.

Per quanto riguarda la distribuzione geografica di tali discussioni sul web, pare scontato trovare Milano in prima posizione: il 40% dei tweet vengono dal capoluogo lombardo, seguito da Roma (15% delle discussioni totali), Napoli (9%) e  Torino (7%).
Emergono solo deu grande novità dal sud: Siracusa, in sesta posizione e Palermo al nono gradino della classifica.

Gli esperti di Talent Garden hanno anche analizzato le differenze di genere sull’argomento ed è emerso che il 35% delle conversazioni Twitter in tema di innovazione è fatto da donne che dimostrano maggiore propensione verso argomenti come startup e Internet of Things applicato al mondo dell’industria 4.0 (tema al centro della discussione anche da parte del genere maschile). L’artificial intelligence è il tema più twittato dagli uomini mentre la data science interessa in modo trasversale entrambi i generi.

Articolo tratto da: Ninja Marketing

 

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NEGOZI: MEGLIO L'OMNI-CHANNEL

E- commerce sì, e-commerce no.
Meglio conservare il caro vecchio negozio fisico tradizionale o buttarsi sul digitale?
Forse entrambe le soluzioni.
Come ha recentemente confermato l’apertura del negozio fisico di Amazon (anche se privo di casse e pagamenti “reali”), la strada del commercio può essere a doppio senso.
Già qualche tempo fa avevamo parlato del cosiddetto “unified commerce” in cui le due realtà potevano integrarsi per generare maggiori ricavi e successo di un business.
Questo perché gli utenti/clienti cambiano, così come le loro abitudini, ma continuano ad avere abitudini e preferenze diverse in base a età, sesso, estrazione sociale, etc…c’è chi preferisce toccare con mano ciò che acquista e chi si fida ciecamente dell’on-line e ne premia la praticità e la rapidità
Per questo sembra andare nella giusta direzione l’ultima sperimentazione di Zara a Londra, dove, all’interno dei grandi magazzini di Westfield Stratford, offre la possibilità di entrare nel suo temporary shop, provare i capi, acquistare e tornare a casa…a mani vuote.
I vestiti acquistati, infatti, vengono spediti direttamente a casa qualche ora dopo (o quando si desidera) come se si fossero comprati on-line.
Si tratta di una strategia di vendita 'omni-channel', ossia multi-canale, che unisce trasversalmente shopping reale e virtuale, e-commerce e negozio fisico, per dare un’ulteriore spinta al retail.
Questa potrebbe essere una delle risposte alla crisi che sta vivendo il settore, almeno secondo gli ultimi dati diffusi lo scorso anno: negli Stati Uniti sono stati chiuse più di 8.642 boutique di abbigliamento con una media di 15 chiusure al giorno, mentre in Italia le attività commerciali in provincia sono passate dalle 12.097 del 2010 alle 11.054 rilevate a giugno dell'anno scorso.
Al contrario, l'ecommerce registra una crescita costante a doppia cifra (+24%) con un volume d'affari mondiale di ben 1.900 miliardi di dollari all’anno.
La controtendenza del “ritorno al fisico” mostrata da Amazon e Alibaba, però, offre un pizzico di speranza.
L’importante è diversificare ed essere presenti su più mezzi allo stesso tempo.
Più in particolare i clienti, soprattutto le nuove generazioni, sono alla costante ricerca di esperienze più che di oggetti, come spiega Doug Stephens, esperto di retail e autore del libro Reengineering Retail: The Future of Selling in a Post-Digital World: "A riguardo porto sempre un esempio in fatto di Millennials. 3 su 4 Millennials, ovvero il 78%, preferiscono spendere soldi per un'esperienza più che per un prodotto. E il 55% di loro spende di più di quanto faceva prima quando si tratta di esperienze reali come concerti, viaggi, cibo e performance. Questi dati dimostrano come e quanto devono cambiare i negozi. Da stores devono trasformarsi in storie, in un certo senso devono diventare come dei giornali che raccontano storie, esperienze, punti di vista".

Fonte: D-Repubblica

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WHATSAPP BUSINESS È REALTÀ

Lo sapevamo già da qualche tempo ma oggi Whatsapp Business è realtà.
L’app di messaggistica di proprietà di Facebook con oltre 1,3 miliardi di utenti, è ora scaricabile da dispositivi Android (e presto anche iOS), gratuitamente per piccole attività e aziende.
Si potrà utilizzare per semplificare la comunicazione e l’assistenza ai propri clienti, distinguendo il profilo privato da quello professionale, con un nome, descrizione e indirizzo (fisico e web) relativo all’azienda.
WhatsApp Business, può essere già scaricata sul Play Store di Google (e presto lo sarà sull'App Store di iOS) in Indonesia, Italia, Messico, Regno Unito e Stati Uniti.
Verrà resa disponibile anche in altri paesi del mondo nelle prossime settimane.
Rispetto alla versione “privata” che siamo abituati ad usare ci sono altre funzioni, come ad esempio: le risposte rapide per rispondere velocemente alle domande frequenti, i messaggi di benvenuto per presentare la propria attività ai nuovi clienti, e i messaggi d'assenza per far sapere quando non siamo disponibili.
Si possono anche creare della risposte immediate e automatiche che ad esempio illustrano subito disponibilità di prodotti, orari di apertura e di chiusura, ecc... 
Infine, la app è dotata di una funzione “statistiche” per valutare le nostre performance e costruire strategie di messaggistica sempre più affinate a seconda del business.
Anche WhatsApp Business è disponibile via Web (per pc e per Mac OS), come nella versione base, che permette di lavorare direttamente dal proprio computer.

Per creare un account business verificato basterà associare il numero di telefono della propria azienda.

Fonte: repubblica.it

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IL LAVORO CHE VERRA'

Nuovo anno, tempo di bilanci.
Anche per il mondo del lavoro, che si presenta rinnovato soprattutto per quanto riguarda i profili professionali più richiesti.
Secondo agenzie e siti di recruiting i profili più richiesti, oltre ai tradizionali impiegati, commessi, chef e camerieri sono: esperti di blockchain e di privacy, specialisti di intelligenza artificiale e di media digitali. Ci sono anche i cosiddetti “introvabili” (e quindi mestieri sui quali le giovani generazioni in cerca di impiego sono caldamente consigliati a specializzarsi), ovvero: tecnici informatici, fisici, chimici e ingegneri.
La causa di ciò, per gli esperti, sarebbe da rintracciare anche nel piano Industria 4.0 e nel bonus previsto dal disegno di legge di Bilancio riconosciuto a chi assume giovani a tempo indeterminato.
L’incentivo, infatti, solo per questo nuovo anno si traduce nel dimezzamento dei contributi previdenziali del datore di lavoro, per un triennio, e con il tetto annuo di 3mila euro (assunzioni in pianta stabile di under 35, mentre dal 2019 il limite scenderà a 30 anni).
Per il governo questa agevolazione potrebbe creare fino a 423.800 posti stabili nel 2018. 
In valore assoluto, comunque, le professioni più richieste restano quelle tradizionali: dai cuochi ai commessi di negozio, passando per impiegati, infermieri e tecnici di laboratorio. Ma nei prossimi tre anni a crescere di più sarà la domanda di figure professionali high skill (+29% rispetto al +21% di quelle low skill e del +16% dei profili intermedi). Le agenzie per il lavoro segnalano oltre 12mila posizioni (in prevalenza a tempo determinato) da coprire nei primi mesi dell’anno, con una crescita di offerte di lavoro per Ict, e-commerce, agroalimentare, lusso, metalmeccanica, automazione industriale e componentistica.
Nel borsino dei profili in crescita spicca il data protection officer, il responsabile della protezione dei dati, una figura nuova prevista dal regolamento europeo sulla privacy che diventerà operativa in tutti i Paesi Ue dal 25 maggio 2018, all’interno di aziende private e Pa, con 40mila opportunità di lavoro in Italia per profili che abbinano competenze giuridiche e informatiche. Opportunità anche per project manager Industria 4.0, al quale sarà affidato il compito di introdurre nuove tecnologie innovative concentrandosi sui processi di manufacturing e supply chain.
«Sono ancora troppi i ragazzi italiani - ricorda l’Ocse nel report Getting skills right pubblicato lo scorso dicembre- che si formano su tecnologie ormai obsolete e per questo non sono candidati appetibili sul mercato del lavoro».
I giovani, insomma, restano in una situazione critica. Il tasso di disoccupazione per i 15-34enni è al 21,4%, ancora tra i più alti nell’Eurozona, seppur in calo rispetto al picco del 2014 (24,9%).

Articolo tratto da Il Sole 24 Ore

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Voucher per la digitalizzazione delle PMI

Il Ministero dello Sviluppo ha dato il suo ok ad un voucher fino a 10mila euro a copertura del 50% dell’investimento delle piccole e medie imprese per spese destinate alla digitalizzazione e alla flessibilità del lavoro (es. hardware, software, telelavoro, banda larga, e-commerce, ma anche formazione professionale nell’Ict ed efficienza aziendale).
Il Ministero ha suddiviso tra le varie regioni i 100 milioni di euro del Pon 2014-2020, con il decreto direttoriale 24 ottobre dello Sviluppo economico.
Il provvedimento premia in special modo le micro, piccole e medie imprese in possesso del rating di legalità: a queste sarà destinata una riserva speciale del 5% dei fondi disponibili.
Per accedere ai finanziamenti è prevista una piattaforma dedicata sul sito del Mise che sarà online dal 15 gennaio: le domande potranno essere compilate per essere inviate a partire dal 30 gennaio (ore 10) e fino al 9 febbraio prossimo (ore 17).
Non si tratta però di un «clic day» perché tutte le domande presentate dalle imprese nei termini stabiliti saranno considerate ai fini del finanziamento: le risorse in prima battuta saranno vincolate alla ripartizione regionale e in caso di eccedenze “dirottate” sulle regioni - e quindi sulle imprese - della stessa macroarea.
«Nel caso in cui l’importo complessivo dei voucher concedibili alle imprese istanti per la singola regione - spiega poi il provvedimento del Mise - è superiore all’ammontare della dotazione finanziaria regionale, definita tenendo conto anche delle predette eventuali eccedenza in altre regioni, il ministero procede al riparto tra le imprese istanti delle risorse disponibili in proporzione al fabbisogno derivante dalla concessione del voucher da assegnare a ciascuna impresa». In ogni caso, a chiusura dello sportello, saranno considerate tutte le imprese ammissibili che abbiano presentato la domanda nei termini, indipendentemente dall’ordine di arrivo delle richieste.
Le agevolazioni vengono concesse secondo un rigido “timing” negli acquisti: la data del primo titolo di spesa deve essere successiva alla prenotazione del voucher e l’investimento complessivo deve essere ultimato non oltre sei mesi dalla data di pubblicazione del provvedimento cumulativo di prenotazione del voucher da parte del ministero.
I pagamenti dovranno essere tracciabili e gestiti attraverso un conto corrente dedicato: ciascun acquisto dovrà essere saldato singolarmente con indicazione nella causale «bene acquistato ai sensi del decreto Mise 23 settembre 2014».
Per ulteriori informazioni consultare il sito del Ministero dello Sviluppo ecomico a questo link.

Fonte: Il Sole24Ore

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I regali di Natale si fanno on-line

Anche in Italia i regali di Natale si fanno sempre più on-line e sempre meno osservando le vetrine dei negozi.
È quanto emerge da una analisi della Coldiretti sui dati Deloitte pubblicata in occasione del Cyber Monday, lo scorso lunedì 27 novembre, giornata dedicata agli sconti online in tutto il mondo. 
Gli italiani quest’anno hanno deciso di destinare per regali un budget complessivo di 208 euro a famiglia che per il 35% sarà speso online.
Una percentuale piuttosto elevata, benché ancora inferiore a quella di altri Paesi Europei: 51% in Gran Bretagna, 48% in Germania, 44% in Olanda e 42% in Polonia.
Complessivamente la spesa degli italiani per i regali di Natale 2017 sarà superiore dell’11% (188 euro a famiglia) che si spendono in media in Europa.
I più “spendaccioni” sembrano essere gli inglesi che, nonostante la Brexit, spenderanno 321 euro a famiglia. Dall’altro lato della classifica troviamo i greci con appena 136 euro a famiglia. 
Secondo Coldiretti le motivazioni che spingono a scegliere la spesa online sono molteplici, prima fra tutte la possibilità di avere la consegna a domicilio, maggiore scelta, l’opportunità di fare confronti e di approfittare di prezzi convenienti. Fin qui i pro, ma i contro? Per molti restano dubbi sulla sicurezza dell’acquisto, sulla consegna di un prodotto integro e sui rischi per la mancata corrispondenza del prodotto mostrato on-line rispetto a quello consegnato. 

 

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Cos'è l'ambient marketing

Oggi vi vogliamo parlare di una nuova forma di marketing non convenzionale: l’ambient marketing.
Come molti altri tipi di marketing innovativi e originali (ad es. il guerrilla marketing) anche questo ha il pregio di arrivare al consumatore in luoghi e momenti in cui non si aspetterebbe di ricevere messaggi pubblicitari o promozionali approfittando, così, dell’effetto sorpresa per vincere la sua normale resistenza rispetto a questo tipo di comunicazione.
L’ambient marketing però ha qualcosa in più, è trasversale e si posiziona dove proprio non ci si aspetta di trovare comunicazione pubblicitaria.
In fondo l’inaspettato è ciò che si richiede al marketing di oggi, dove il consumatore è costantemente bombardato da molteplici messaggi su tutti i media (web, tv, radio,…) con il rischio che questo sovraffollamento causi un disinteresse sempre maggiore all’ascolto.
L’ambient marketing sfrutta gli ambienti pubblici (piazze, stazioni, fermate degli autobus o delle metro…) per veicolare il suo messaggio creando interesse e curiosità e talvolta anche divertimento in un momento “vuoto” del destinatario (i cosiddetti micro-momenti). In questo modo non si rischia di essere invadenti e si arriva comunque all’obiettivo.
In questo senso l’ambient marketing è molto vicino al marketing esperienziale, che permette all’utente di vivere, appunto, un’esperienza che lo porta ad agire in qualche modo.
Ma come si sceglie il luogo perfetto per la propria azione di ambient marketing? Sarebbe bene trovare un luogo dove intercettare il proprio target specifico (ad esempio, per chi promuove viaggi o turismo sarebbe perfetto un aeroporto, una stazione o simili).


Ecco qualche esempio di successo:

Airbnb ha arredato una cabina della filovia per mostrare la bellezza delle stanze da trovare in affitto sul suo sito.

Ikea ha sostituito la classica panchina scomoda della fermata dell’autobus con un divano.

Titanbet ha trasformato i dissuasori di traffico del centro di Milano in pile di fiches in movimento che, oltre a sorprendere i passanti, dovevano richiamare lo slogan aziendale «il gioco non si ferma mai».

Life Park, un protection store in cui trovare qualsiasi prodotto assicurativo su misura «contro gli imprevisti di tutti i giorni», ha addirittura ricreato uno scenario post-bellico al centro di Milano.

Jeep ha ideato dei parcheggi “appositi” per i suoi fuoristrada.

IBM ha facilitato la salita delle scale ai viaggiatori con trolley con questo annuncio “per smart cities”.

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Le città più smart d'Italia

La città più smart d'Italia? E' Milano, per il quarto anno consecutivo.
Questo il risultato della rapporto 'ICity Rate 2017' realizzato da FPA per fotografare la situazione delle città italiane nel percorso per diventare 'smart', ovvero più vivibili e più vicine ai bisogni dei cittadini.

Il capoluogo lombardo si conferma al primo posto per crescita economica, mobilità sostenibile, ricerca/innovazione, trasformazione digitale, con ottimi risultati anche nella partecipazione dei cittadini.
Seguono a ruota Bologna e Firenze, sempre più agguerrite e in costante evoluzione soprattutto sulle voci in cui Milano è più debole: il consumo di suolo (dove Milano resta al 97mo posto), e la qualità dell’aria, (98ma).
Il capoluogo emiliano si distacca per soli due punti da Milano grazie ai passi avanti fatti nel campo dell’energia e della governance. Firenze si attesta in terza posizione recuperando il posto perso lo scorso anno, in particolare grazie a politiche per turismo sostenibile e cultura, crescita digitale, energia e ambiente.
Seguono, nel ranking Venezia, Trento, Bergamo, Torino, Ravenna, Parma e Modena, con un “blocco” di città emiliano-romagnole che si propongono come esempi di successo per sostenibilità, inclusione e innovazione.
Chiudono la classifica, purtroppo, le città del Sud, nell'ordine: Cagliari (47esimo posto), Vibo Valentia, Caltanissetta, Agrigento, Crotone, Catanzaro, Enna, Catania, Foggia, Benevento e Trapani.
La capitale si ferma al 17esimo posto della classifica generale: nonostante l'avanzamento di 4 posizioni rispetto all'anno scorso, dovuto alla trasformazione digitale (diffusione banda larga ed ultra larga, open data, utilizzo dei social, servizi on line, etc) si conferma indietro rispetto ai parametri di mobilità sostenibile, energia, occupazione e governance. 

Fonte: Ansa

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IKEA e la Gig Economy

TaskRabbit Inc., era una piccola start-up responsabile, insieme a poche altre realtà, della nascita di un nuovo tipo di economia digitale: la cosiddetta “gig economy”.
Ne abbiamo parlato anche in passato, l’economia “dei lavoretti” riguarda un tipo di lavoro a richiesta effettuato un po’ per arrotondare, un po’ per monetizzare capacità specifiche altrimenti non sfruttate.
Negli ultimi tempi è cresciuta del 26% nell'ultimo anno, soprattutto negli Stati Uniti, ma comincia a crescere anche in Europa.
In particolare TaskRabbit dedica le proprie risorse e competenze (60 mila lavoratori disponibili tramite web application e mobile app) all’assemblaggio dei mobili IKEA per chi non ha tempo o modo di farlo da sé.
Gli altri “lavoretti”, sempre molto richiesti, sono cose come l’aiuto per la spesa, le pulizie di casa e piccole riparazioni.


Il gigante Svedese non si è fatto attendere e ha annunciato l’acquisizione di TaskRabbit per migliorare il servizio ao propri clienti, aggiungendo il montaggio come opzione oltre all’acquisto on-line (come, peraltro, accade su Amazon in alcuni casi).
Secondo il Financial Times Ikea si sarebbe posta come traguardo 50 miliardi di fatturato totale entro il 2020, di cui almeno il 10% derivante dalle vendite online.
I lavoratori di TaskRabbit (chiamati Taskers ) continueranno a lavorare per il momento solo negli USA e in Inghilterra, ma con l’arrivo di IKEA le opportunità di lavoro potrebbero espandersi anche in altri paesi.
La strategia di IKEA pare dunque sempre più volta all’innovazione delle vendite anche tramite la nuova app IKEA Place che, tramite la realtà aumentata permette di posizionare i mobili all’interno della propria abitazione per vedere l’effetto finale.

Fonte: Ninja Marketing

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E-COMMERCE: TEMPI MATURI ANCHE IN ITALIA

L’e-commerce entra in fase di maturità anche in Italia.
Secondo i dati della diciottesima edizione 2017 dell’Osservatorio eCommerce B2c del Politecnico di Milano (in collaborazione con Netcomm) sarebbero due i fatti che spingono a ritenere i tempi maturi anche nel nostro Paese: per la prima volta il valore dei prodotti supererà quello dei servizi (52% contro 48%) ed un tasso di crescita generalizzato soprattutto per l’acquisto on-line di servizi (+7%) e beni fisici (+28%).
Si stima che entro fine anno il valore di beni e servizi acquistati online supererà i 23,6 miliardi (+17% sull’anno precedente).
Quasi a sorpresa, i prodotti che registrano gli aumenti più considerevoli sono gli ultimi in ordine di tempo ad essere sbarcati sulle piattaforme on-line, come l’alimentare (confezionato e fresco) con un +43% e quasi 850 milioni di vendite e l’arredamento con un +31% e quota 905 milioni.
Colonne portanti del commercio elettronico restano comunque l’elettronica di consumo e l’abbigliamento, come si evince dal grafico del Sole 24Ore

Riccardo Mangiaracina, responsabile scientifico dell’Osservatorio osserva: «Se in passato il driver di crescita era il prezzo oggi è l’ampliamento dell’offerta il fattori chiave, diventa sempre più completa e ha un effetto traino soprattutto nei settori emergenti. A guidare le scelte c’è inoltre il servizio sia come, per esempio, l’esperienza d’acquisto o la consegna al piano nell’orario preferito».
Chi dunque si immette oggi nel mercato delle compravendite on-line investe soprattutto per migliorare l’esperienza d’acquisto rendendola il più possibile facile e immediata.
Non a caso il gigante del settore, Amazon, sta investendo massicciamente nella logistica creando lungo la penisola una rete di nuovi magazzini e, secondo alcune voci di corridoio, si starebbe dotando anche di un propria flotta di mezzi per coprire l’ultimo miglio verso i clienti.
La convenienza dell’offerta on-line resta un caposaldo per gli acquirenti, come dimostra il successo di piattaforme come Cashback world di Lyoness che permette di risparmiare restituendo una quota in denaro sugli acquisti fatti presso i siti web convenzionati.
I seller stanno investendo molto anche nell’export, per cui quest’anno si raggiungeranno i 3,5 miliardi di euro (+19%) soprattutto verso altri mercati europei e gli Usa, trainato da turismo e abbigliamento Made in Italy.

Fonte: IlSole24Ore 

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WALMART E GOOGLE VS AMAZON

Quella contro Amazon pare la classica battaglia tra Davide e Golia. Il Davide in questione, al momento, pare essere la catena di grandi magazzini statunitensi Walmart, che combatte da tempo contro il colosso dell'e-commerce a colpi di offerte, per riportare i clienti a negozio.
Ora, al fianco dei supermercati "in carne ed ossa" è arrivato nientepopodimeno che Google. Il grande gigante buono del web, infatti, da settembre ha iniziato a condividere con Walmart il proprio assistente vocale (Google Assistant).«A partire dalla fine di settembre, lavoreremo con Google per offrire centinaia di milioni di articoli che potranno essere comprati grazie all’aiuto di Google assistant», ha annunciato Marc Lore, capo dell’e-commerce di Walmart; tramite questo strumento i clienti di Walmart possono acquistare migliaia di prodotti attraverso Google Express e farseli recapitare direttamente a casa.
Nel 2018, poi,  l’assortimento di Walmart verrà ampliato e allargato anche ai generi alimentari, come sta avvenendo un po' in tutto il mondo dell'e-commerce.
Ma cosa ci guadagna Google? In realtà moltissimo. Infatti, grazie alle tecnologie che mette a disposizione, il motore di ricerca troverà uno sbocco diretto sul commercio via web.
Dal canto suo Amazon, per combattere ad armi pari, si è buttato sulla vendita tradizionale, con l'acquisto, lo scorso giugno, di una catena di supermercati bio (Whole Foods) e con i negozi Amazon Go.
Che la soluzione alla guerra sia un'inversione di tendenze reciproca?

Fonte: Corriere Innovazione

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LE APP DEL RIENTRO

Settembre è ormai inoltrato e tutti, più o meno, sono rientrati al lavoro dopo le ferie (ad eccezione di chi ha scelto una partenza fuori stagione, e non sono pochi!).
Come affrontare il temuto rientro in ufficio senza troppi traumi e caos? Con App e programmi fatti apposta!
Qui di seguito vi illustriamo i più consigliati:

- E-mail arretrate


Si chiama Boomerang ed è un plug-in di gestione di posta elettronica che si può applicare ai principali client e software (Gmail, Outlook, Android) per mettere in ordine la propria casella. Tutti abbiamo un cliente, un collega o un capo che ci invia mail indesiderate o che solitamente “lasciamo per dopo”. Con Boomerang potremo impostare l’opzione per respingere questi messaggi automaticamente facendoli riapparire qualche ora o giorno dopo, quando potremo rispondere con calma. Si può fare la stessa cosa con la posta in uscita, programmandone l’invio anche quando non siamo fisicamente sul posto di lavoro.

- Agenda fitta


Appuntamenti, meeting, colloqui…l’agenda di un imprenditore è sempre molto fitta e, per alcuni, molto disordinata! Se siete avvezzi all’uso di software- calendario per gestire i vostri impegni, accoglierete come una manna dal cielo l’app di Doodle che programma incontri ed eventi risparmiandovi ritardi e accavallamenti. Semplicissimo da usare, consente di incrociare date e orari anche per gli invitati agli eventi, mostrandovi quando tutti sono disponibili per un possibile incontro. Si può collegare ad altri programmi come Google calendar o Outlook.

- Scadenze dietro l'angolo



Per non perdersi una deadline, FocusList è la app che fa al caso nostro. Scaricabile per iOS e MacOS, vi permetterà di pianificare tutti gli impegni della giornata (lavorativi e non) con una scadenza e un countdown che ve la ricorda passo passo. Calcola anche le pause e vi ricorda quanto siano necessarie. A fine giornata avrete un resoconto dettagliato del vostro rendimento e del tempo speso per ogni attività. Utile anche per calcolare il lavoro di collaboratori e dipendenti, assolutamente non adatta agli ansiosi.

- Niente più errori 



Ormai quasi tutti i programmi, browser e cellulari sono dotati di correttore ortografico (che, a volte, crea più problemi della sua assenza!), ma per alcuni programmi e computer non è facile individuare tutti gli errori. A questo scopo nasce Grammarly, plug-in di Google Chrome e Firefox che segnala gli strafalcioni e suggerisce le correzioni durante la scrittura. La correzione è possibile anche in seguito, come una sorta di controllo bozze, caricando un documento già scritto per analisi e consigli e anche per evitare plagi. Esiste, infine, anche un’opzione premium in cui la correzione è più dettagliata e si possono avere anche consigli sullo stile di scrittura, ma è a pagamento.

- Scanner a portata di mano
Qualcuno potrà obiettare che con la fotocamera degli smartphone lo scanner è meno utile al giorno d’oggi, ma gli imprenditori hanno ancora necessità di conservare scontrini, ricevute, documenti e fatture cartacee. Ecco perché Genius Scan potrebbe essere una soluzione innovativa, trasformando dispositivi Android  e iOS in scanner personali. E’ in grado di convertire in pdf di alta qualità qualsiasi documento cartaceo ed archiviarlo velocemente. Anche in questo caso esiste una versione Premium che offre la possibilità di caricare le scansioni su cloud (Dropbox, Google Drive…) per condividerle con altri utenti o archiviarle per uso personale.

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Lo smart working è legge

È in vigore dal 14 giugno 2017, ma forse non tutti la conoscono ancora bene, si tratta della legge sullo smart working, meglio nota come Jobs Act dei lavoratori autonomi e smart working.
Ecco perché vi riassumiamo di seguito i punti salienti, utili anche agli imprenditori per meglio gestire le proprie risorse in azienda.

Definizione
Nella legge lo smart working viene così definito: “modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell'attività lavorativa".

Luogo di lavoro

Emerge subito una differenza rispetto al vecchio telelavoro, in quanto lo smart working è una “prestazione lavorativa eseguita in parte all'interno di locali aziendali e, senza una postazione fissa, in parte all'esterno entro i soli limiti di durata massima dell'orario di lavoro giornaliero e settimanale derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva”. Il telelavoro, invece, prevede che la prestazione lavorativa si svolga esclusivamente al di fuori dell’azienda.

Orario e compenso

Secondo quanto stabilito dalla nuova legge, questo tipo di lavoro non è necessariamente vincolato da orari, ma solo da obiettivi e mansioni specifiche.
Per quanto riguarda la retribuzione del lavoratore, poi, questa deve essere conforme a quanto stabilito dal contratto collettivo e restano applicabili eventuali incentivi fiscali e contributivi in relazione agli incrementi di produttività ed efficienza del lavoro subordinato.

Sicurezza e strumenti di lavoro

Al fine di garantire il diritto del lavoratore alla tutela contro infortuni e malattie professionali, il datore di lavoro è responsabile della sicurezza e del buon funzionamento degli strumenti tecnologici assegnati al lavoratore per lo svolgimento dell'attività lavorativa.
Inoltre L'Art. 14 delle Legge n.81/2017 prevede che "La gravidanza, la malattia e l'infortunio dei lavoratori autonomi che prestano la loro attività in via continuativa per il committente non comportano l'estinzione del rapporto di lavoro, la cui esecuzione, su richiesta del lavoratore, rimane sospesa, senza diritto al corrispettivo, per un periodo non superiore a centocinquanta giorni per anno solare, fatto salvo il venir meno dell'interesse del committente". 
In caso di malattia o infortunio di gravità tale da impedire lo svolgimento dell'attività lavorativa per oltre sessanta giorni, il versamento dei contributi previdenziali e dei premi assicurativi viene sospeso per l'intera durata della malattia o dell'infortunio fino ad un massimo di due anni, decorsi i quali il lavoratore è tenuto a versare i contributi e i premi maturati durante il periodo di sospensione in un numero di rate mensili pari a tre volte i mesi di sospensione. 

Modalità di attivazione
L’accordo con il quale il lavoratore passa alla “modalità smart” deve essere stipulato per iscritto, come un qualsiasi altro contratto di lavoro, specificando i tempi di lavoro e di riposo e il diritto alla disconnessione dalla strumentazione tecnologica lavorativa, è inoltre risolvibile unilateralmente da entrambe le parti previo preavviso di 30 giorni.

Lo smart working in Italia
La Ricerca 2016 dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano aveva rilevato una forte crescita delle iniziative strutturate di smart working nelle grandi imprese, il 30% di queste ha intrapreso o consolidato nell’ultimo anno misure agili di lavoro contro il 17% dell’anno precedente.
Attualmente tra i 22 milioni di lavoratori in Italia, si contano circa 300 mila smart worker effettivi e 5 milioni potenziali, di cui 3,7 milioni in aziende private e 1,3 milioni nelle Pubbliche Amministrazioni (le quali hanno confermato l’obiettivo di offrire ad almeno il 10% dei lavoratori forme di flessibilità entro il 2018).
Dal 2013 c’è stato un incremento del 40%, come trasformazioni di rapporti di lavoro già esistenti, per un valore pari al 7% dei dipendenti.
La grande sfida, dunque, resta l’apertura di questa possibilità nelle PMI, che costituiscono oltre il 95% delle attività produttive del nostro Paese.

Fonte: www.secondowelfare.it

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Facebook: arriva Marketplace

Dal 14 agosto la nuova funzione Marketplace di Facebook è stata resa disponibile in 17 paesi europei tra cui l’Italia.
Si tratta di una sorta di mercatino on-line usufruibile da tutti gli utenti maggiorenni per la compravendita di oggetti e verrà introdotto gradualmente in tutto il mondo.
Per accedervi è sufficiente cliccare sull’icona del mercato (vedi sotto) sia da dispositivi mobile iOs e Android tramite app che da desktop.


Se non la trovate subito potrebbe essere necessario aggiornare la vostra app sul cellulare.
Una volta entrati in Marketplace troverete tutti gli annunci compatibili con i vostri interessi; così, infatti, funziona l’algoritmo di Facebook (anche per le sponsorizzazioni e le notizie sulla vostra Home page) basandosi sulle vostre interazioni con le altre pagine, utenti, i vostri like e commenti e le ricerche in generale. Lo stesso avviene su Marketplace, dotato di un motore interno in grado di restituire risultati filtrati per categorie di prodotto, prezzo e distanza geografica tra venditore e compratore.
Qui un video che spiega il funzionamento di Markeplace.
Sarà possibile vendere e acquistare qualsiasi oggetto, dalle puntine da disegno alle case al mare, esclusi, ovviamente, prodotti illegali, armi da fuoco, alcol e animali.
La trattativa, proprio come avviene nei gruppi Facebook di compravendita già esistenti e nelle app-mercatino, viene gestita direttamente tra utenti, a cui spetta il compito di fissare il prezzo finale e la modalità di invio del bene acquistato.
Per prevenire o porre rimedio a frodi e vendite non autorizzate dal regolamento, Facebook ha predisposto una pagina per le segnalazioni, che purtroppo però non è ancora disponibile per tutti gli utenti.
Che sia necessaria una regolamentazione anche per questo, dopo Air BnB & co.? Staremo a vedere…

Fonte: Wired

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Startup: sempre più finanziamenti

Negli ultimi 4 anni i finanziamenti alle startup innovative, erogati dal Fondo Garanzia per le PMI, sono stati in tutto 477.070.202 €.
Una cifra importante, che riflette l’aumento costante, dal 2013, di questo tipo di imprese.
I dati sono stati diffusi dal Mise con il secondo rapporto trimestrale 2017 sull’accesso al fondo da parte di startup, PMI innovative e incubatori certificati.
In questo ultimo trimestre preso in esame, inoltre, le operazioni di finanziamento approvate dal Fondo sono aumentate rispetto a quelle rilevate in precedenza, raggiungendo il numero più alto di sempre: 403.


(fonte: Italia Oggi Sette)

In maggioranza le imprese che hanno richiesto questo tipo di finanziamento sono ubicate al Centro-Nord del Paese, con, al primo posto, la Lombardia con 588 operazioni. Seguono: Emilia Romagna, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige.
A facilitare questa fruizione sono i metodi, semplici e veloci, per le startup iscritte al registro delle imprese che hanno un accesso preferenziale. I requisiti vengono verificati rapidamente e tutte le comunicazioni avvengono via e-mail.
La garanzia sui finanziamenti bancari viene concessa a titolo gratuito e l’importo massimo garantito per ogni azienda è di 2,5 milioni di euro.

 

Fonte: Italia Oggi Sette

 

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LE REGOLE DELLA SHARING ECONOMY

Ne abbiamo parlato approfonditamente anche in occasione dell’ultimo Evoluzioni, la sharing economy è sicuramente qualcosa con cui dovremo fare i conti.
Questo nuovo settore costituito da scambi (più o meno condivisi) di auto, posti letto, pasti, ecc… è cresciuto molto negli ultimi anni, con oltre 200 piattaforme operative in Italia secondo il rapporto 2016 curato da Unicatt TraiLab Collaboriamo.org.
La crescita di queste piattaforme nel nostro Paese è del 10% su base annua e del 49% rispetto al 2014. Un grosso potenziale economico soprattutto se si pensa alla vastità del pubblico raggiungibile tramite il web rispetto ai mezzi tradizionali.
Uno studio dell'Università di Pavia ha calcolato in 3,5 miliardi il giro d'affari generato in Italia dalla sharing economy, con prospettive di crescita fino a 25 miliardi al 2025.
A livello europeo, poi, PwC calcola che in quello stesso anno le transazioni raggiungeranno i 570 miliardi di controvalore, solo conteggiando i cinque principali settori (finanza, alloggi, trasporti, servizi domestici e servizi professionali).

Per il Governo, sia Italiano che Europeo, è dunque suonato un campanello d’allarme per quanto riguarda la regolarizzazione fiscale dell’economia della condivisione, in costante crescita nonostante (o forse proprio a causa di) l’assenza o carenza di regole, vincoli e diritti.
Per fare un esempio, gli utenti delle piattaforme sono nella stragrande maggioranza soggetti “privati” senza partita Iva che guadagnano somme variabili in maniera più o meno continuativa. Questo causa non poche incertezze sull'inquadramento dei proventi, difficile incasellare nelle categorie già esistenti.
La prima tassa emessa in merito nel nostro paese è quella sugli “affitti brevi” (nota anche come tassa Airbnb) appena introdotta con la manovrina convertita in legge dal Parlamento (il Dl 50/2017). La nuova legge impone agli intermediari digitali (e a quelli tradizionali) di applicare una ritenuta sui canoni degli affitti brevi per contrastare il rischio di evasione fiscale.
Nel caso degli affitti è stato possibile servirsi di figure giuridiche già note (la ritenuta e la cedolare), ma non è possibile applicare metodi “vecchi” a tutti i nuovi metodi di business.
Fatto già evidente nelle due proposte di legge all'esame del Parlamento: quella sull'home restaurant (già approvata in prima lettura dalla Camera lo scorso 17 gennaio, As 2647) e quella omnibus sull'economia collaborativa, il cosiddetto sharing economy act (Ac 3564), ancora lontano dal primo via libera a Montecitorio.
In entrambe le proposte emergono imprecisioni e lacune dovute alla natura stessa della sharing economy, difficilmente arginabile con nuove sezioni della dichiarazione dei redditi (il cosiddetto «reddito da attività di economia della condivisione non professionale» nella proposta), aliquote flat o massimali dei ricavi.
Tanto che anche l'Antitrust ha bocciato queste scelte perché così facendo «l'operatore viene privato della libertà di definire autonomamente come e in che misura organizzare la propria attività economica».
Lo scorso 15 giugno anche il Parlamento europeo ha sottolineato l’urgenza di fissare delle linee guida sulla sharing economy, per affrontare le zone grigie delle diverse normative nazionali che ne frenano la crescita. Con la risoluzione (non legislativa), in sintesi, si chiede alla Ue di sostenere l'economia collaborativa sviluppatasi online e garantire la concorrenza leale, oltre al rispetto dei diritti dei lavoratori e degli obblighi fiscali.


Fonte: Il Sole 24Ore 

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I PAGAMENTI? SONO SMART

Dopo le carte di credito e i pagamenti contactless arrivano anche nei negozi Italiani i pagamenti tramite smartphone.
Basta appoggiare l’Iphone sul POS e il gioco è fatto.
Apple ha infatti introdotto anche nel nostro Paese il metodo Apple Pay, una app che incorpora le carte di credito nell’iPhone, nel Watch, nei tablet e nei computer (chiaramente solo per i dispositivi Apple).

Hanno subito seguito Apple anche altri colossi smart con: Android Pay (di Google), Amazon Pay, Samsung Pay, PayPal ecc…ancora non tutti disponibili in Italia.
Ci sono poi servizi come Vodafone Pay, una sezione del Vodafone Wallet, che consente di pagare con lo smartphone e Sim Nfc come se si usasse una carta contacless.

I numeri di questo nuovo business sono già rilevanti nei tanti Paesi dove il sistema è attivo da tempo (Stati Uniti, Australia, Canada, Cina, Francia, Giappone, Regno Unito, Russia,…) e secondo i dati di Business Insider gli esercenti che lo accettano nel mondo sono 20 milioni per un giro d’affari che supererà i 500 miliardi di dollari nel 2020. Tanto per avere un’idea concreta: negli Usa quasi il 90% delle transazioni contactless sono fatte con Apple Pay.

In Italia Apple Pay inizia a funzionare con carte di credito e prepagate di Unicredit e Carrefour bank. Altri istituti seguiranno. Tra i partner della grande distribuzione dove è già possibile fare acquisti c’è di tutto, da Auchan a La Rinascente.

Sul futuro successo di questo metodo di pagamento Valeria Portale, direttrice dell’Osservatorio sui mobile payments del Politecnico di Milano, dice: «Esercenti e consumatori devono poter accedere facilmente al servizio e comprenderne i vantaggi. Gli italiani amano il contante, che però al sistema Paese costa oltre 34 miliardi di euro per il “nero” che genera».
Gli italiani sono sempre più propensi ad usare carte di credito e fare acquisti online: «I pagamenti con le carte nel 2016 hanno raggiunto 190 miliardi di euro, il 24% dei consumi degli italiani» conferma Portale. «E gli acquisti online fatti con dispositivi mobili l’anno scorso hanno toccato i 3,9 miliardi di euro».
E per quanto riguarda sicurezza e privacy? «Né l’iPhone né i nostri server memorizzano il numero della carta del cliente» spiega Jennifer Bailey,vicepresidente di Internet Services e Apple Pay. «Tutto il processo di pagamento è completamente sicuro per l’utente, grazie al sistema di codici che regola le transazioni. Pagando con l’iPhone, l’utente deve poi utilizzare il sensore di impronta digitale per avviare il processo» spiega Bailey. E se si smarrisce il device, Pay può essere bloccato in tempo reale. 
«I pericoli» spiega Portale «emergono quando si sperimentano sistemi completamente nuovi. Ma in questo caso ci si basa su banche e circuiti di pagamento i cui standard di sicurezza sono ampiamente consolidati».


Fonte: Repubblica.it

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CYBERSECURITY, ANCORA TANTA STRADA DA FARE

La situazione italiana in tema di cybersecurity è ancora molto indietro rispetto a quanto avviene nel resto d’Europa, come si evince dai grafici esplicativi diffusi da Il Sole24Ore:



Il Governo, da parte sua, sta cercando di intervenire con il piano Industria 4.0, che ha tra i suoi pilastri anche l’agevolazione degli investimenti delle imprese in cybersicurezza.
«Il Piano è fondamentale per l’evoluzione del sistema industriale italiano. Sarebbe però altrettanto importante, come peraltro già evidenziato, trovare le modalità con cui gestire anche servizi continuativi, come l’ingaggio di esperti di sicurezza, che sono particolarmente importanti e non sono coperti dalle modalità di incentivazione introdotte da Industria 4.0», spiega Giorgio Mosca, presidente Steering Committee Cybersecurity di Confindustria Digitale, associazione che sta lavorando alla creazione di un framework di passaggi necessari per mettere in cybersicurezza un’azienda.
«Eventi come WannaCry (l’attacco hacker che ha messo in ginocchio 200mila computer in tutto il mondo, n.d.R.) paradossalmente aiutano. Anche se ora il problema è più di alfabetizzazione che di mancata consapevolezza che il rischio esista», dice dal canto suo Marco De Bellis, di Exage: digital technology integrator, e quindi società che coniuga consulenza strategica e sviluppo di tecnologie.
Il vero problema, però, non sembra essere tanto la consapevolezza del rischio, quanto la volontà di investire in maniera strutturata per prevenirlo: secondo una recente indagine dell’Osservatorio Information Security&Privacy del Politecnico di Milano, infatti, il mercato delle soluzioni di information security in Italia nel 2016 ha registrato un +5% rispetto al 2015, ma la crescita riguarda per il 74% le grandi imprese. Alle Pmi resta solo un 26%: poco più di 250 milioni.
Proprio sulle Pmi poi, un altro dato dello studio del Politecnico di Milano risulta particolarmente impietoso: il 93% ha dedicato un budget alle soluzioni di information security nel 2016, ma senza un utilizzo maturo e consapevole. A pesare è soprattutto l’adeguamento normativo (48%) con solo il 9% delle piccole aziende (fra i 10 e i 49 addetti) che ha specifici programmi di formazione.


Fonte: IlSole24Ore

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Il terziario che verrà

Il Centro di Formazione Management del Terziario di Confcommercio e Manageritalia hanno realizzato un’indagine previsionale dedicata allo Scenario del Terziario Futuro 2020 per capire quale sarà l’evoluzione del settore e come creare una nuova cultura digitale.
La sinergia tra online e offline sarà sempre maggiore e la clientela, sempre più informata ed esigente, richiederà alcune caratteristiche tipiche dell’e-commerce anche nei negozi fisici (ad es. maggiore specializzazione in intrattenimento, disponibilità immediata e informazioni sofisticate).
“Il digitale sarà un’arma che anche il piccolo negozio al dettaglio dovrà integrare al meglio con l’esperienza fisica per competere con i grandi distributori e/o integrarsi con essi in modo complementare” spiega Pietro Luigi Giacomon, presidente del Centro Formazione Management del Terziario.
Non solo, considerata la complessità dei prodotti che il consumatore si troverà ad acquistare, crescerà sempre di più il valore aggiunto della fase post vendita legata all’assistenza e alla manutenzione e si accentuerà la distanza tra servizi di qualità e non. Tra i settori del terziario alcuni vivranno un processo di cambiamento più rapido.
Gli store del futuro, quindi, saranno sempre di più punti di ritiro di merce acquistata attraverso piattaforme di e-commerce. Fondamentale per garantire velocità di acquisto e ritiro sarà quindi la parte logistica.
Di pari passo cresceranno e si evolveranno le professionalità di manager e addetti alla vendita, per i quali saranno sempre più necessarie le competenze relative alla gestione di grandi flussi di dati e alla loro analisi attraverso software dedicati, per andare incontro alle esigenze del nuovo cliente.

Fonte: Nuvola-Corriere.it

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A CHE ORA SI SVEGLIA UN TOP MANAGER?

Chi dorme non piglia pesci e il mattino ha l’oro in bocca…due proverbi che dovrebbero insegnarci molto sulle buone abitudini, soprattutto per quanto riguarda il lavoro. Voi a che ora entrate in ufficio o in azienda la mattina? A quanto pare per i top manager alzarsi prestissimo è una regola fondamentale: è stato calcolato che i Ceo delle grandi aziende e gli imprenditori più importanti si alzano in media alle 5.30. C’è poi chi fa colazione, sport o inizia a lavorare prima di uscire di casa.
Ecco perché vi proponiamo di seguito una carrellata delle abitudini mattutine dei grandi imprenditori…che sia d’ispirazione.

TIM COOK - APPLE
Il Ceo di Apple si sveglia alle 4.30, controlla l’email, legge i giornali, poi va in palestra. Quando entra in ufficio è quasi sempre il primo ad arrivare… e l’ultimo ad andarsene.

SERGIO MARCHIONNE-FCA
Si sveglia alle 3.30…vi parrà un po’ troppo mattiniero ma trovandosi in America e dovendo lavorare con l’Europa è necessario. Per il Financial Times «Sergio ha inventato un ottavo giorno». Solitamente, «quando in Italia è festa, va negli Usa per lavorare. Quando è festa in America, torna in Italia - sempre per lavorare», aveva raccontato un manager alla Cbs

MARY BARRA- GM
A capo di General Motors, Mary Barra si sveglia alle 5 e arriva sempre per prima in ufficio.

HOWARD SCHULTZ - STARBUCKS
Sarà che “vende” caffè, ma l’A.D. di Starbucks si sveglia alle 4.30. In tempo per una corsa in bici con la moglie e una doccia. Alle 6 è in ufficio.

RICHARD BRANSON-VIRGIN
La sua sveglia suona alle 5 e spiega: «In cinquant’anni nel mondo degli affari ho imparato che posso raggiungere molte più cose quando mi sveglio presto». Ammette però che le ore di sonno perse le recupera in aereo, mentre è in viaggio.

JEFF IMMELT-GENERAL ELECTRIC
Il Ceo della multinazionale statunitense si sveglia alle 5:30 di mattina. Si dedica poi ad un allenamento cardio, durante il quale legge i giornali e guarda il canale finanziario Cnbc. Immelt sostiene di aver lavorato 100 ore a settimana per 24 anni consecutivi.

ROBER IGER - DISNEY
SI sveglia alle 4:30, in qualunque parte del mondo si trovi. Se è a casa legge le mail, ascolta musica, guarda i notiziari e fa sport col suo personal trainer. Tutto contemporaneamente.

JACK DORSEY - TWITTER
Il fondatore di Twitter si alza alle 5.30, medita mezz’ora poi fa jogging per almeno 9,5 km.

PAUL POLMAN - UNILEVER
Il Ceo di una delle maggiori multinazionali al mondo si sveglia alle 6. Appena alzato va in ufficio e inizia a correre sul suo tapis roulant. «Durante questi minuti rifletto sulla giornata di lavoro che ho davanti».

SATYA NADELLA-MICROSOFT
Il Ceo del colosso dei computer è il più pigro, si sveglia infatti alle 7 e dorme almeno 8 ore a notte.

Fonte articolo: Corriere.it
 


 

 

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